4 - Il detto antico

Anche Parmenide si pose dunque allrsquoascolto di undettoe in specie deldetto di Dike, la dea greca della Giustizia. Ma, Parmenide non fu certo il primo n sar lrsquoultimo allievo di unatradizioneorale e scritta che risale alla prima forma del linguaggio dellrsquouomo immerso nella ldquonaturardquo circostante. In particolare, per, Parmenide considerato il pianticoallievo di una tradizionemistache si rif cio a un linguaggio ritenuto sia propriamentemiticochelogico. Una sorta, potremmo dire, di ldquoanello di congiunzionerdquo della pi antica tradizione di coloro che Heidegger chiama, come gi anticipato, ldquopensatori inizialirdquo.Ma, cosaDikedice, innanzitutto, a ParmenideldquohellipBisogna che tutto tu sappia, sia della verit rotonda il sapere incrollabile sia ci che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Saprai tuttavia anche questo, perch le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur restandordquofr. I, 28-32. Attraverso le parole di Dike, sembra risuonare lrsquoeco di unrsquoapparente ldquocontraddizionerdquo, e quindi, per bocca di Dike, unrsquoldquoingiustiziardquo ldquoperch le parvenzedovevanoplausibilmente stare in un tutto, pur restandordquo.Si tratta di un anticodettodi una tradizione che, nel linguaggio della filosofia greca, risale fino alle origini, tradizionalmente, della filosofia, ad Anassimandro. Infatti,ilpi famosodettodi Anassimandrocos noto ripete cheldquoMa da ci da cui per le cose il nascere, nasce anche lrsquouscire verso di esso, secondo il necessario esse si rendono infatti lrsquoun lrsquoaltra giustizia e ammenda per lrsquoingiustizia secondo lrsquoordine del tempordquo.Per Anassimandro, dunque iltempoche rende ingiustizia alle cose. Il tempo, nellrsquoordine del quale nascono le distinzioni e mediante ogni distinzione separato lo spazio-aperto e originario del caos. Cos, accade che lrsquouomo si metta alla ricerca di un qualcuno o qualcosa che gli renda ldquogiustiziardquo, che lo salvi dalla separazionenatiae lo ri-conduca allrsquounit perduta del grembomaterno. Una sorta, comunque, direductio ad unum.Ma, dettoanche cheSarebbe stato meglio per lui, se quelluomo non fosse mai natoCos lrsquoevangelista Marco 14,21 fa dire a Ges nei confronti di chi poi lo tradir.Sarebbe stato meglio, ma non lo sar, e quindievidentementenon lo stato. Come appare altrettantoevidenteche non lo possa pi essere. Anche se di questo e quantrsquoaltro non esiste ldquocertezzardquo e non sappiamo se esister mai. Almeno fino a quando, come dice la dea di Parmenide, si tratti di ldquoopinioni dei mortalirdquo.Occorrerebbe forse uscire dalla condizione umana, ammesso che ci siapossibile.Diventaredio ori-tornarea essere dio e, perla dritta viadantesca, accedere di nuovo alParadisoogiardinoospazio del caosche fu in origine. Un ldquobisognordquo che, in passato, ha gi preso la forma dellrsquoimmortalit- con Gilgamesh e quanti altri lrsquohanno preceduto nellaviao percorso o sentiero dellrsquoesistenza - estesa nei testi vedici di esegesi liturgica, che sono iBrahmanaXI ndash IX sec. A.C., anche al mondoanimale.Ma qual questaviadei Brahmana Ersquo, semplicemente si fa per dire, questa o quella dellasatyaovvero ldquoci che possiede esistenza, il realerdquo S. Lvi.Ma, si legge ancora nel testo dellrsquoAitareya-Brahmana ldquoQuale uomo capace di dire sempre la realtrdquo Ait., I, 6, 6. Parafrasando Lvi, i pi saggi ancora indietreggiano davanti alla gravosit di tale obbligo ldquoI parenti di Aruna Aupavesi gli dissero Hai raggiunto lrsquoet, installa i fuochi sacri. Disse Allora ditemi di restare in silenzio poich, una volta installati i fuochi, non bisogna dire niente di inesatto ma quando si parla impossibile non dire niente di inesattordquo Satapatha-Brahmana, II, 2, 2, 20.Installare i fuochi sacrisignifica che ldquola coppia per eccellenzan.d.r. potremmo anche dire ldquola distinzione originariardquo la fiducia nel sacrificio unita alla realtrdquo Ait., XXXII, 9, 4, e cio ripete Lvi ldquola pratica esatta del sacrificiordquo o ldquoLrsquoesattezza, la realt, il sacrificiordquo Maitrayani-Samhita, I, 10, 11 o ancora ldquoCi sono due cose, non ce ne sono tre la realt da un lato, lrsquoinesattezza dallrsquoaltro. La realt, sono gli dei lrsquoinesattezza, sono gli uomini la via degli dei la via dellrsquoesattezza. Che sarebbero gli dei, se incorressero in una trasgressione Direbbero allora unrsquoinesattezza gli dei invero seguono unrsquounica pratica, la realt, ed per questo che la loro conquista indistruttibilerdquo Satapatha-Brahmana, I, 1, 1, 4 I, 1, 1, 4 IV, 3, 4, 16 III, 4, 2, 8.Concluderei, per ora, affermando che sia emersa nellrsquouomo, sin dalla pi remota antichit, quella capacit, che altrimenti lo contraddistingue, diri-fletteresu se stesso e la natura circostante. Il verboriflettere, che indica dunque unrsquoazione ma il cui termine in origine stata una semplice parola verbum, ovvero un detto, significaripiegareda re, di nuovo, e flectere, piegare.ldquoFisicamente accenna allrsquoangolo che fanno i raggi solari sulle superfici piane e terse, e poi si applica allrsquoanima, paragonando questa a uno specchion.d.r. sempre lo stesso, che stato di Narciso, Alice, in Biancaneve e tanti altri ancora, ad acqua tranquillardquo.Plausibilmente, invece termine che traduce il greco anticodeltaomicronkappa8055muomegasigmaf. Ma il termine traducibile anche come ldquoperfettamenterdquo o ldquoconvenientementerdquo,ed quanto sostiene la dea di Parmenide. Unrsquoimmagine, corrispondente A me sovviene, lo specchio dellrsquoacqua tranquilla in cui sidis-velacfr. Heideggerla Lucy di Luc Besson.Come Scrivere un Libro, la Casa Editrice Edizioni Paguro un'Associazione Culturale e Casa Editrice con sede a Mercato San Severino in provincia di Salerno che nasce con lo scopo di praticare e propagandare tutte Ie attivit di natura culturale ed intellettuale legate al tessuto sociale, culturale, artistico ed economico. Edizioni Paguro cura la redazione e I'edizione di libri, testi e riviste che trattano ogni campo del sapere, tanto umanistico quanto scientifico. Pubblica volumi di carattere accademico e non in materia di arte, diritto, economia, filosofia, sto ria, politica, sociologia, antropologia, letteratura, narrativa, poesia, matematica, fisica, biologia e molto altro ancora. Edizioni Paguro si impegna a promuovere, pubblicizzare, distribuire e commercializzare i diversi prodotti e servizi di natura editoria le e non realizzati e erogati per mezzo di una rete ben strutturata di canali tradizionali, reti informatiche e telematiche. All'editoria tradizionale, Edizione Paguro affianca, su esplicita commissione dei propri autori, una serie di attivit e servizi correlati quali; marketing d'auto re, produzione di materiale promozionale segnalibri customizzati, bigliettini da visita, locandine, manifesti ecc., organizzazione diretta eo indiretta di manifestazioni, convegni, dibattiti, seminari e corsi di formazione e di studio per enti pubblici eo privati, con mostre ed esposizioni di ogni genere. Edizioni Paguro fa della libert di espressione e di divulgazione delle idee il proprio credo, e sostiene, nel limite delle proprie possibilit, tutti coloro che vogliono dare inchiostro al proprio pensiero, purch lo facciano con rispetto, responsabilit e passione.

 
 
 
 
 
 
 
 
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Il detto antico
Anche Parmenide si pose dunque all’ascolto di un detto e in specie del detto di Dike, la dea greca della Giustizia. Ma, Parmenide non fu certo il primo né sarà l’ultimo allievo di una tradizione orale e scritta che risale alla prima forma del linguaggio dell’uomo immerso nella “natura” circostante. In particolare, però, Parmenide è considerato il più antico allievo di una tradizione mista che si rifà cioè a un linguaggio ritenuto sia propriamente mitico che logico. Una sorta, potremmo dire, di “anello di congiunzione” della più antica tradizione di coloro che Heidegger chiama, come già anticipato, “pensatori iniziali”.
 
Ma, cosa Dike dice, innanzitutto, a Parmenide?
… Bisogna che tutto tu sappia, sia della verità rotonda il sapere incrollabile sia ciò che sembra agli uomini, privo di vera certezza. Saprai tuttavia anche questo, perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur restando (fr. I, 28-32). Attraverso le parole di Dike, sembra risuonare l’eco di un’apparente “contraddizione”, e quindi, per bocca di Dike, un’“ingiustizia”: perché le parvenze dovevano plausibilmente stare in un tutto, pur restando.
 
Si tratta di un antico detto di una tradizione che, nel linguaggio della filosofia greca, risale fino alle origini, tradizionalmente, della filosofia, ad Anassimandro. Infatti, il (più famoso) detto di Anassimandro (così noto) ripete che “Ma da ciò da cui per le cose è il nascere, nasce anche l’uscire verso di esso, secondo il necessario; esse si rendono infatti l’un l’altra giustizia e ammenda per l’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.
 
Per Anassimandro, è dunque il tempo che rende ingiustizia alle cose. Il tempo, nell’ordine del quale nascono le distinzioni e mediante ogni distinzione è separato lo spazio-aperto e originario del caos. Così, accade che l’uomo si metta alla ricerca di un qualcuno o qualcosa che gli renda “giustizia”, che lo salvi dalla separazione natia e lo ri-conduca all’unità perduta del grembo materno. Una sorta, comunque, di reductio ad unum.
 
Ma, è detto anche che: Sarebbe stato meglio per lui, se quell'uomo non fosse mai nato! Così l’evangelista Marco (14,21) fa dire a Gesù nei confronti di chi poi lo tradirà. Sarebbe stato meglio, ma non lo sarà, e quindi evidentemente non lo è stato. Come appare altrettanto evidente che non lo possa più essere. Anche se di questo e quant’altro non esiste “certezza” e non sappiamo se esisterà mai. Almeno fino a quando, come dice la dea di Parmenide, si tratti di “opinioni dei mortali”.
 
Occorrerebbe forse uscire dalla condizione umana, ammesso che ciò sia possibileDiventare dio o ri-tornare a essere dio e, per la dritta via dantesca, accedere di nuovo al Paradiso o giardino spazio del caos che fu in origine. Un “bisogno” che, in passato, ha già preso la forma dell’immortalità - con Gilgamesh e quanti altri l’hanno preceduto nella via o percorso o sentiero dell’esistenza - estesa nei testi vedici di esegesi liturgica, che sono iBrahmana (XI – IX sec. A.C.), anche al mondo animale.
 
Ma qual è questa via dei Brahmana? E’, semplicemente (si fa per dire), questa o quella della satya ovvero “ciò che possiede esistenza, il reale” (S. Lévi).
 
Ma, si legge ancora nel testo dell’Aitareya-Brahmana: “Quale uomo è capace di dire sempre la realtà?” (Ait., I, 6, 6). Parafrasando Lévi, i più saggi ancora indietreggiano davanti alla gravosità di tale obbligo: “I parenti di Aruna Aupavesi gli dissero: Hai raggiunto l’età, installa i fuochi sacri. Disse: Allora ditemi di restare in silenzio; poiché, una volta installati i fuochi, non bisogna dire niente di inesatto; ma quando si parla è impossibile non dire niente di inesatto” (Satapatha-Brahmana, II, 2, 2, 20).
 
Installare i fuochi sacri significa che “la coppia per eccellenza (n.d.r.: potremmo anche dire “la distinzione originaria”) è la fiducia nel sacrificio unita alla realtà” (Ait., XXXII, 9, 4), e cioè ripete Lévi: “la pratica esatta del sacrificio” o “L’esattezza, la realtà, è il sacrificio” (Maitrayani-Samhita, I, 10, 11) o ancora: “Ci sono due cose, non ce ne sono tre: la realtà da un lato, l’inesattezza dall’altro. La realtà, sono gli dei; l’inesattezza, sono gli uomini; la via degli dei è la via dell’esattezza. Che sarebbero gli dei, se incorressero in una trasgressione? Direbbero allora un’inesattezza; gli dei invero seguono un’unica pratica, la realtà, ed è per questo che la loro conquista è indistruttibile” (Satapatha-Brahmana, I, 1, 1, 4; I, 1, 1, 4; IV, 3, 4, 16; III, 4, 2, 8).
 
Concluderei, per ora, affermando che sia emersa nell’uomo, sin dalla più remota antichità, quella capacità, che altrimenti lo contraddistingue, di ri-flettere su se stesso e la natura circostante. Il verbo riflettere, che indica dunque un’azione ma il cui termine in origine è stata una semplice parola (verbum), ovvero un detto, significa ripiegare: da re, di nuovo, e flectere, piegare.  “Fisicamente accenna all’angolo che fanno i raggi solari sulle superfici piane e terse, e poi si applica all’anima, paragonando questa a uno specchio (n.d.r.: sempre lo stesso, che è stato di Narciso, Alice, in Biancaneve e tanti altri ancora), ad acqua tranquilla”. Plausibilmente, è invece termine che traduce il greco antico δοκμως. Ma il termine è traducibile anche come “perfettamente” o “convenientemente”, ed è quanto sostiene la dea di Parmenide. Un’immagine, corrispondente? A me sovviene, lo specchio dell’acqua tranquilla in cui si dis-vela (cfr. Heidegger) la Lucy di Luc Besson.
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