Recensione del libro Charles Maurice de Talleyrand. Tra la nuova Europa e il Ducato di Benevento di Nicola Grimaldi

Lrsquoottimo libro di Nicola Grimaldi ndash Charles Maurice de Talleyrand. Tra la nuova Europa e il Ducato di Benevento ndash, si fa leggere soprattutto perch inquadra con acume il tratto umano e politico del celebre personaggio francese. Lrsquouomo Talleyrand collocato nel contesto storico sette-ottocentesco europeo, ben descritto dallrsquoautore, con particolare riferimento alla Rivoluzione francese, al successivo Impero napoleonico, fino alla Restaurazione segnata dal Congresso di Vienna del 1815 e con unrsquoattenzione speciale alle vicende del Ducato di Benevento.Con uno stile gradevole, quasi romanzato e aneddotico ndash e tuttavia sensibile alle grandiose dinamiche politiche di quel periodo ndash, Grimaldi fornisce in primis un inedito e pregevole quadro umano di Talleyrand lrsquoinfermit, ma anche la spiccate doti culturali del personaggio. Poliedrico nelle sue abilit, intriso di una nobilt radicata nel tempo appartenente sia al mondo ecclesiastico che a quello ultra-secolare della politique politicienne Talleyrand, quasi come un portabandiera della Francia profonda ndash una sorta di deep state ante litteram ndash, sopravvisse con arguzia diplomatica, e gran saggezza politica, alle tempestose stagioni dellrsquoepoca in cui pure abit da protagonista. Emerge quindi, dal libro di Grimaldi, una figura complessa e dalle molte sfaccettature.Basti pensare che il ldquovescovo di Autunrdquo compartecip alla stesura della Dichiarazione dei diritti dellrsquouomo e del cittadino del 1789 ndash a lui si deve in particolare lrsquoart. VI ndash e alla redazione della Costituzione di Francia del 1791 in ci mostrando una paradossale sensibilit liberale e ldquorivoluzionariardquo. Lo stesso personaggio in grado, poi, di rappresentare la Francia, con dignit, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta napoleonica e, quindi, di trattare le sorti del ldquosuordquo Ducato di Benevento.Senza dubbio caratterizzato da furbizia e avidit, capace di unrsquoarte politica machiavellica, Talleyrand rimase comunque fedele allrsquoantico ruolo del governante saggio, corroborando forse pi il principio della ragion di stato si pensi a Botero, che quello guicciardiniano del particulare ovvero, pragmaticamente, seguendo entrambi questi princpi, a seconda delle questioni da affrontare e risolvere. Discutibile se giudicato dal lato morale, ndash in realt Talleyrand va apprezzato secondo le logiche del politico e, soprattutto, alla luce del suo peculiare radicamento socio-culturale. Certo, Talleyrand fu attento al proprio personale tornaconto, ma in ogni caso si rivel sempre dedito, politicamente, agli interessi della nazione francese.Talleyrand, in definitiva, fu soprattutto un politico come vi furono politici e classi dirigenti pubbliche succedutisi in Occidente ndash con le alterne e burrascose vicende degli stati nazionali ndash, almeno fino al tardo Novecento. Governi e dirigenti vi sono ancora, ma, sebbene in un contesto di democrazia formale, appaiono in netto declino, nella misura in cui la politica stessa si subordina chiaramente allrsquoeconomia. Volendo guardare a Talleyrand con i parametri dellrsquoattualit storica, ne potrebbe forse conseguire una paradossale nostalgia dei tempi in cui visse il personaggio francese. Oggi infatti, nella vigente temperie postmoderna, le oligarchie dominanti non hanno nulla di ieratico, e ben poco di ldquopoliticordquo forse al momento difficilmente potrebbe esservi un Talleyrand. Sembra che oggi i ceti dirigenti, in quello che stato definito un nuovo Impero ndash e comunque nellrsquoarena del capitalismo globale ndash, siano pi affini culturalmente alle corporations multinazionali e finanziarie che allrsquoidea stessa di politica siano, in sostanza, pi inclini a massimizzare il potere del capitale privato che a badare, eticamente, a un possibile ldquobene comunerdquo, nelle sue varie e possibili declinazioni. Se allrsquoepoca di Talleyrand fu scritta la Dichiarazione dellrsquo89, oggi il ldquopartito di Davosrdquo e le lites dominanti promuovono una ldquocostituzione globalerdquo chiaramente neo-aristocratica, e nettamente favorevole alla globalizzazione capitalistica. E se nellrsquoEuropa sette-ottocentesca proliferavano idealit e valori consistenti in un possibile pluralismo politico, oggi prevale il pensiero unico neo-liberale, corroborato peraltro dalle nuove ldquofabbricherdquo del consenso propagandistico.Alcuni osservatori non escludono, anzi auspicano, che al governo dei singoli stati-nazione ndash magari di quelli pi grandi e geo-politicamente determinanti ndash, possano esservi dirigenti politici ancora attenti allrsquointeresse generale. E in questo caso sarebbe ineludibile una nuova ldquolotta di classerdquo, affinch i popoli rinnovino le istituzioni, affermando inedite leadership allrsquoaltezza dellrsquoarduo compito. Altri studiosi, con un porsquo di ottimismo, non escludono che le masse, le moltitudini possano attraversare e superare lrsquoImpero, per dar vita finalmente ad unrsquoeconomia altra, ad una nuova civilt, magari antropologicamente migliore. Ma la tendenza dominante senza dubbio quella del capitalismo globale.Allrsquoombra del capitale postmoderno soggiace quindi una politica che , in gran parte, corrotta ma non tanto, banalmente, per la commissione di reati. Oggi la politica corrotta, aristotelicamente, perch subordina il concetto possibilmente universale dello stato ndash o comunque della ldquocomunitrdquo ndash al particolarismo monetario dellrsquoeconomia mercantile.Pur bisogna avere fiducia in una evoluzione positiva delle vicende politiche contemporanee, ma ci non esime, ci sembra, da un doveroso spirito critico.In definitiva, per tornare al libro di Grimaldi, nellrsquoeventuale confronto tra le algide tecnocrazie neoliberali, oggi predominanti su scala globale, e Talleyrand, questi sembrerebbe quasi un gigante, davvero.A miglior ragione si consiglia, dunque, la lettura del libro di Nicola Grimaldi perch alla comprensione del passato si deve una pi realistica analisi del nostro presente storico.Alfonso LiguoriCome Scrivere un Libro, la Casa Editrice Edizioni Paguro un'Associazione Culturale e Casa Editrice con sede a Mercato San Severino in provincia di Salerno che nasce con lo scopo di praticare e propagandare tutte Ie attivit di natura culturale ed intellettuale legate al tessuto sociale, culturale, artistico ed economico. 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Recensione del libro Charles Maurice de Talleyrand. Tra la nuova Europa e il Ducato di Benevento di Nicola Grimaldi

L’ottimo libro di Nicola GrimaldiCharles Maurice de Talleyrand. Tra la nuova Europa e il Ducato di Benevento –, si fa leggere soprattutto perché inquadra con acume il tratto umano e politico del celebre personaggio francese. L’uomo Talleyrand è collocato nel contesto storico sette-ottocentesco europeo, ben descritto dall’autore, con particolare riferimento alla Rivoluzione francese, al successivo Impero napoleonico, fino alla Restaurazione segnata dal Congresso di Vienna del 1815; e con un’attenzione speciale alle vicende del Ducato di Benevento.
Con uno stile gradevole, quasi romanzato e aneddotico – e tuttavia sensibile alle grandiose dinamiche politiche di quel periodo –, Grimaldi fornisce in primis un inedito e pregevole quadro umano di Talleyrand: l’infermità, ma anche la spiccate doti culturali del personaggio. Poliedrico nelle sue abilità, intriso di una nobiltà radicata nel tempo; appartenente sia al mondo ecclesiastico che a quello ultra-secolare della politique politicienne; Talleyrand, quasi come un portabandiera della Francia profonda – una sorta di deep state ante litteram –, sopravvisse con arguzia diplomatica, e gran saggezza politica, alle tempestose stagioni dell’epoca in cui pure abitò da protagonista. Emerge quindi, dal libro di Grimaldi, una figura complessa e dalle molte sfaccettature.
Basti pensare che il “vescovo di Autun” compartecipò alla stesura della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – a lui si deve in particolare l’art. VI –; e alla redazione della Costituzione di Francia del 1791; in ciò mostrando una paradossale sensibilità liberale e “rivoluzionaria”. Lo stesso personaggio in grado, poi, di rappresentare la Francia, con dignità, al Congresso di Vienna dopo la sconfitta napoleonica e, quindi, di trattare le sorti del “suo” Ducato di Benevento.
Senza dubbio caratterizzato da furbizia e avidità, capace di un’arte politica machiavellica, Talleyrand rimase comunque fedele all’antico ruolo del governante saggio, corroborando forse più il principio della ragion di stato (si pensi a Botero), che quello guicciardiniano del particulare; ovvero, pragmaticamente, seguendo entrambi questi princìpi, a seconda delle questioni da affrontare e risolvere.  Discutibile se giudicato dal lato morale, – in realtà Talleyrand va apprezzato secondo le logiche del politico e, soprattutto, alla luce del suo peculiare radicamento socio-culturale. Certo, Talleyrand fu attento al proprio personale tornaconto, ma in ogni caso si rivelò sempre dedito, politicamente, agli interessi della nazione francese.
Talleyrand, in definitiva, fu soprattutto un politico; come vi furono politici e classi dirigenti pubbliche succedutisi in Occidente – con le alterne e burrascose vicende degli stati nazionali –, almeno fino al tardo Novecento. Governi e dirigenti vi sono ancora, ma, sebbene in un contesto di democrazia formale, appaiono in netto declino, nella misura in cui la politica stessa si subordina chiaramente all’economia. Volendo guardare a Talleyrand con i parametri dell’attualità storica, ne potrebbe forse conseguire  una paradossale nostalgia dei tempi in cui visse il personaggio francese. Oggi infatti, nella vigente temperie postmoderna, le oligarchie dominanti non hanno nulla di ieratico, e ben poco di “politico”; forse al momento difficilmente potrebbe esservi un Talleyrand. Sembra che oggi i ceti dirigenti, in quello che è stato definito un nuovo Impero  – e comunque nell’arena del capitalismo globale –, siano più affini culturalmente alle corporations multinazionali e finanziarie che all’idea stessa di politica; siano, in sostanza, più inclini a massimizzare il potere del capitale privato che a badare, eticamente, a un possibile “bene comune”, nelle sue varie e possibili declinazioni. Se all’epoca di Talleyrand fu scritta la Dichiarazione dell’89, oggi il “partito di Davos” e le élites dominanti promuovono una “costituzione globale” chiaramente neo-aristocratica, e nettamente favorevole alla globalizzazione capitalistica. E se nell’Europa sette-ottocentesca proliferavano idealità e valori consistenti in un possibile pluralismo politico, oggi prevale il pensiero unico neo-liberale, corroborato peraltro dalle nuove “fabbriche” del consenso propagandistico.
Alcuni osservatori non escludono, anzi auspicano, che al governo dei singoli stati-nazione – magari di quelli più grandi e geo-politicamente determinanti –, possano esservi dirigenti politici ancora attenti all’interesse generale.  E in questo caso sarebbe ineludibile una nuova “lotta di classe”, affinché i popoli rinnovino le istituzioni, affermando inedite leadership all’altezza dell’arduo compito. Altri studiosi, con un po’ di ottimismo, non escludono che le masse, le moltitudini possano attraversare (e superare) l’Impero, per dar vita finalmente ad un’economia altra, ad una nuova civiltà, magari antropologicamente migliore. Ma la tendenza dominante è senza dubbio quella del capitalismo globale.
All’ombra del capitale postmoderno soggiace quindi una politica che è, in gran parte, corrotta; ma non tanto, banalmente, per la commissione di reati.  Oggi la politica è corrotta, aristotelicamente, perché subordina il concetto possibilmente universale dello stato – o comunque della “comunità” – al particolarismo monetario dell’economia mercantile.
Pur bisogna avere fiducia in una evoluzione positiva delle vicende politiche contemporanee, ma ciò non esime, ci sembra, da un doveroso spirito critico.
In definitiva, per tornare al libro di Grimaldi, nell’eventuale confronto tra le algide tecnocrazie neoliberali, oggi predominanti su scala globale, e Talleyrand, questi sembrerebbe quasi un gigante, davvero.
A miglior ragione si consiglia, dunque, la lettura del libro di Nicola Grimaldi: perché alla comprensione del passato si deve una più realistica analisi del nostro presente storico.

[Alfonso Liguori]

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